Le bande verticali in alto indicano i periodi di recessione, così come certificati dal NBER. Cosa notiamo? Che quando la crescita nominale è scivolata sotto la soglia del 3.5%, l’economia è sempre stata definita in recessione. Si vede che, tenendo conto dei prezzi al consumo (o meglio del deflattore implicito del PIL), una variazione nominale pur ragguardevolmente positiva si trasforma in una crescita reale nulla se non negativa. Bang! ecco servita la recessione…

Se questo metro fosse valido, nel 2013 e poi nel 2016 l’economia americana è entrata in “recessione nominale”. Se ufficialmente non lo ha fatto, è stato soltanto perché i prezzi sono cresciuti in misura così contenuta da aver sottratto ben poco alla variazione nominale annua del prodotto interno lordo.

Ma, a ben vedere, nei periodi citati la congiuntura economica negli Stati Uniti ha conosciuto una frenata: l’ISM Index in ambo le occasioni è scivolato sotto la soglia dei 50 punti, tradizionale spartiacque fra espansione e contrazione.

Insomma, una recessione, anzi due mini-recessioni ci sono già state, negli anni recenti, ben occultate…

In conclusione: se si accetta questa tesi, magari un po’ rocambolesca, ne consegue che il contatore centenario andava azzerato da tempo. La ripresa economica non dura da otto anni e mezzo. A ben vedere, l’espansione sarebbe in atto da meno di due anni e questo spiega benissimo il vigore atletico del mercato azionario. Che sembra appena uscito da una recessione purificatrice…