Per alcuni si chiama bolla, per altri selezione naturale, per chi ha investito, invece, si chiama paura.

La diffidenza dei grandi

Il fenomeno delle altcoin o se si preferisce delle criptovalute, non ha avuto mai vita facile agli occhi dei grand nomi della finanza, ultimo dei quali la banca d'affari Usa Goldman Sachs che nel report appena pubblicato e riguardante appunto il Bitcoin e tutte le sue sorelle, non ha pietà delle oltre 1500 valute virtuali nate sull'onda dell'entusiasmo e della speculazione. Numeri alla mano si parla di un settore adesso supera i 385 miliardi, cifra interessante ma che nulla ha a che fare con i quasi 800 di nemmeno due mesi fa.

Ma Steve Strongin, responsabile globale della ricerca sugli investimenti di Goldman, va anche oltre: lo squilibrio del settore (il 35% del mercato è occupato dal solo bitcoin) vede anche una fortissima eterogeneità dei vari protagonisti, il che, ovviamente, non fa altro che favorire la speculazione, spesso torbida, che potrebbe costituire un serio pericolo per la perdita del capitale investito. A questo si aggiunga anche una volatilità che riguarda tutti gli attori in scena, bitcoin compreso.

Il caso del Bitcoin

L'ultimo esempio in ordine di tempo è arrivato non più tardi di 24 ore fa quando la prima di tutte le monete virtuali, è riuscita a recuperare oltre 2.500 dollari in nemmeno 24 ore.

In breve i fatti: nelle sedute di inizio settimana le monete virtuali hanno ricevuto una pressione particolarmente marcata che le ha spinte a cali sostenuti. Il Bitcoin in particolare, è arrivato ad una quotazione inferiore ai 6mila dollari salvo poi recuperare, stando a quanto pubblicato da Coinmarketcap con un rialzo del 15% e arrivare a quota 8.228 dollari. In realtà, allargando al visuale a range più ampi, si scopre che quei 6mila dollari di quotazione erano la conferma di un calo che era arrivato al 42,5% da inizio anno e al 60% dal massimo storico di quasi 20.000 dollari toccato a metà dicembre. Nella view di Strongin ci sono poche certezze, ma su una in particolare l'analista si sente di scommettere: a causa della mancanza di valore intrinseco, tutte le criptovalute senza forza sono destinate a scomparire. In altre parole: scambiate a zero. Per il resto dei reduci? Per quanto sia difficile, se non impossibile, stando alla view di Strongin, che possano tornare a vedere i loro tempi d'oro con quotazioni estremamente alte, per loro si potrebbe fare l'esempio più classico, quello delle dot.com del 2000, ovvero quella pletora di piccolissime società nate sull'onda dell'entusiasmo della rivoluzione di Internet, delle quali sono sopravvissute solo poche decine. Ma che in compenso sono diventati con il tempo, dei giganti.