Le criptovalute faranno una brutta fine. Quella di Warren Buffett non è una certezza assoluta ma per diventarlo ci manca molto poco.

Il caso Buffett

Una garanzia di inaffidabilità sulla quale l'oracolo di Omaha non se la sente di investire e come lui anche il suo collaboratore più fidato, Charlie Munger il quale sottolinea che le valute virtuali sono una bolla e, quindi, destinate alla catastrofe. Ad alimentare il rialzo sarebbe semplicemente l'euforia di investitori che guardano alla novità ammantandola di un'aurea di modernità, dimenticando, invece, la mancanza di trasparenza nelle transazioni e soprattutto la volatilità cui tutte le altcoin sono soggette. Non deve stupire il giudizio drastico di Buffett che ha confermato la sua intenzione di non possedere né ora né mai monete virtuali: le criptovalute, infatti, rappresentano esattamente tutto quello che il terzo uomo più ricco del mondo ha sempre rifiutato e cioè asset complessi da comprendere, guidati da un team che non è possibile conoscere (lo stesso Satoshi Nakamoto, l'inventore del Bitcoin, sarebbe un'identità fittizia) e, ovviamente, prive di ogni premio per l'investitore (come i dividendi tanto cari alla Berkshire Hathaway, azienda in mano a Buffett e che recentemente ha visto l’ingresso di Gregory Abel e Ajit Jain ai vertici della società). Non solo, ma le divise virtuali non avrebbero alla base alcuna strategia di valore, soggette come è facile vedere, alla più estrema fluttuazione di mercato. Come se questo non bastasse, appartengono alla sfera dei titoli internettiani, tradizionalmente non apprezzati da Buffett proprio perché in costante evoluzione, una evoluzione che, per di più, risulta difficile da interpretare. Ammesso e non concesso che Buffett volesse investire sul settore, ha dichiarato lo stesso investitore, punterebbe su una serie di opzioni al ribasso per almeno 5 anni.