Per il momento si tratta solo di rumors ma se confermati sarebbero anche la prova che Pechino non ama molto le criptovalute.

Pechino contro il Bitcoin?

Stando ad indiscrezioni da confermare, infatti, il governo cinese sarebbe intenzionato a limitare o in alternativa passare, le attività di mining ovvero di estrazione di altcoin, intervenendo sui costi energetici o su regole ambientali che diverrebbero, in questo casso, più stringenti. Come si sa, la creazione di bitcoin (intendendo con questo termine il più ampio universo delle monete virtuali) richiede notevoli risorse energetiche per la creazione della chiave che darà vita alla singola moneta, una richiesta che arriva in un momento in cui le risorse energetiche del pianeta sono oggetto di politiche di conservazione. Così come è noto da tempo che la repubblica popolare cinese ha dato vita ad una serie di politiche ambientali per ridimensionare il preoccupante inquinamento che lo sviluppo economico squilibrato dell'ultimo dell'ultimo trentennio ha creato. A questo, adesso, si aggiungerebbe quello delle varie farm sparse sull'immenso e variegato territorio cinese; il Dragone, infatti, è responsabile del consumo dei 2/3 di tutta l'energia mondiale usata nelle attività di minig per produrre la quale si ricorre a combustibili fossili, altamente inquinanti. Ma il pretesto ambientalista è solo uno dei motivi che potrebbero spingere (il condizionale è d'obbligo) ad una stretta sulle criptovalute. L'evasione fiscale, in particolare per quanto riguarda le tasse locali, è il secondo motivo: a dare una mano agli evasori sarebbe il totale anonimato degli account.

La guerra al Bitcoin 

Ma la guerra (vera o presunta) al bitcoin coinvolge anche Seul. E prende spunto proprio dal pericolo dell'anonimato. A fine 2017, infatti, la nazione asiatica ha confermato la sua intenzione di dare una stretta sulla regolamentazione riguardante le monete virtuali e in particolare gli account anonimi o con nomi di copertura: le autorità, una volta trovato il fake avranno facoltà di chiudere la piattaforma. La maggiore preoccupazione del primo ministro della Corea del Sud, Lee Nak-yeon era che la speculazione selvaggia potesse costituire un pericolo per i giovani, potenzialmente coinvolti in attività criminali e riciclaggio di denaro ma anche di vendite piramidali. Allo stato attuale, però, il bitcoin è ancora un fenomeno sotto osservazione che potrebbe essere oggetto “solo” di una forte regolamentazione. Di fatto sono pochissime le nazioni che hanno esplicitamente vietato l'uso delle valute virtuali (Bangladesh, Bolivia, Ecuador, Kirghizistan e Nepal) mentre altre, sempre in Asia, lo hanno addirittura reso ufficialmente una moneta legalmente valida. Il caso è quello del Giappone che permetteva il pagamento in bitcoin anche delle utenze, già ad aprile, grazie alla prima legge al mondo in questo senso.