Nell'ultimo rapporto mensile dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) si sottolinea come la crescita del settore dello shale oil statunitense potrebbe presto portare ad un cambio di rotta della politica dell'Opec sui tagli alla produzione.

I numeri

Numeri alla mano l'Oil Market Report, evidenzia che le forniture mondiali di greggio sono arrivate a 97,7 milioni di barili di petrolio al giorno pari a +1,5 milioni di barili giornalieri derivanti per lo più dalla ripresa della produzione degli Stati Uniti dal momento che l'Opec, invece, è rimasta praticamente fissa a livello di 32,16 milioni di barili al giorno. La prova arriva da quel milione e trecentomila barili di aumento registrato sulla produzione Usa anno su anno, cioè da gennaio 2017 a gennaio 2018. Parallelamente la domanda mondiale è aumentata di 1,4 milioni di barili, in altre parole una cifra pari alla quota statunitense. Non solo, ma nello stesso resoconto si fa notare come presto (si parla già di fine 2018) la produzione Usa arriverebbe a superare sia quella dell'Arabia Saudita che della Russia, ovvero i due maggiori produttori di petrolio sia Opec che non-Opec. Un risultato raggiungibile anche grazie all'aumento di 846.000 barili al giorno registrati dagli Usa, secondo l'AIE solamente negli ultimi 6 mesi.

Non è la prima volta che l'Agenzia Internazionale lancia l'allarme, già da gennaio faceva notare come presto gli Usa potrebbero essere la prima potenza mondiale tra i produttori di petrolio, superando di fatto anche l'Arabia Saudita, attualmente sul podio.

Il pericolo a stelle e strisce

Non solo, ma guardando ancora più indietro, a dicembre, sempre l'AIE sottolineava che il 2018 non sarebbe stato un anno positivo per l'Opec; nello specifico Holly Ellyatt sottolineava che la politica dei tagli voluta dall'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e nata per sostener i prezzi in crollo verticale a causa dell'ondata di shale, avrebbe favorito, paradossalmente, proprio lo shale oil Usa. Dopo un drastico calo dei prezzi che ha messo in crisi il settore internazionale (ma anche quello statunitense a causa degli alti costi di estrazione e raffinazione), i produttori a stelle e strisce, infatti, si stanno organizzando per riprendere in mano le redini del settore proprio in vista di un aumento del barile verificatori proprio all'inizio dell'anno quando il Brent arrivò a sfiorare i 70 dollari, quota già incrociata a novembre 2014 con la differenza che allora era in picchiata dopo il picco di metà anno a 112 dollari mentre adesso si trattava di un record dopo la crisi. Un rally che però non ha convinto gli analisti di Goldman Sachs in una nota di ricerca, sottolineando che se i prezzi sono saliti del 50% da giugno 2017, non è detto che ciò sia sinonimo di continuità.