L'incremento generalizzato sui mercati dei metalli non ferrosi passa in secondo piano rispetto alla principale notizia riconducibile al "bene rifugio" di sempre: l'oro. Almeno una notizia alla settimana riporta all'attenzione del lettore l'incremento - di oltre 15 punti percentuali - che il lingotto sta facendo registrare da inizio anno. La principale motivazione che ne deriva è sempre le stessa: è considerato "il bene rifugio" di sempre. Come spesso accade nell'argomentare la finanza, "il senno di poi", è quasi sempre la fonte principale di ogni tipo di conclusione: è meglio e soprattutto più comodo commentare l'accaduto rispetto alla difficile - e rischiosa - ricerca di previsione.

La recente rassegna stampa positiva sul lingotto trova una strada in discesa solo da qualche mese. Sicuramente con i precedenti prezzi a 1.250 dollari il metallo registrava comunque un buon andamento da inizio anno ma ora, sfruttando l'upside registrato dai minimi dello scorso luglio, il terreno ha favorito notevolmente l'enfasi del "rifugio". Le motivazioni spese sono ormai generalizzate e generaliste: la costante tensione con il Nord Corea è forse la principale. Ma - dati alla mano - la realtà non è proprio questa.

E' bene ricordare che dal punto di vista teorico l'andamento delle materie prime è strettamente collegato all'economia reale. Generalmente un incremento di quest'ultima - cosa che sta effettivamente accadendo - equivale ad un maggior aumento della domanda di commodities. All'opposto è opportuno ricordare che - con livelli bassi di inflazione - gli stessi beni soffrono. Stando a queste sole variabili la scelta per giustificare i recenti rialzi sarebbe molto debole da sostenere. Se ne aggiunge però un'altra che distoglie dalla cosiddetta ricerca di "rifugio": l'andamento del dollaro statunitense. Anche quest'ultimo strumento è considerato da molti quale "salvagente" in momenti di incertezza. Ma così non è stato. La debolezza finora evidenziata ne dimostra - nella pratica - il contrario.