Fino a qualche tempo fa parlare di un barile a 80 dollari sarebbe stata un'eresia, anche perché lo stesso barile a 100 dollari viene ormai considerato una chimera. 

Il carburante del petrolio

Eppure, per quanto strano possa apparire, oggi il Brent non solo è a un passo dai 70 (poco prima delle 13 quotava 69,5 e il Wti 63,95) ma non scandalizza più la previsione diByron Wien di Blackstone, secondo il quale il prezzo del WTI potrebbe anche toccare gli 80 nel corso di quest'anno. L'ultima spinta è arrivata proprio ieri con la pubblicazione dei dati Eia riguardanti le scorte settimanali di petrolio Usa, in calo di 4,9 milioni di barili contro i 3,5 previsti dagli analisti. 

La spinta arriverà dall'esplosione dei paesi in via di sviluppo ma anche, come ricordano da Citigroup, anche dal fatto che, a causa dei tagli all'output dell'Opec, le forniture saranno talmente limitate che ogni piccola interruzione, anche momentanea, farà scattare i prezzi al rialzo. Infatti il panorama geopolitico non è affatto sereno. Prima di tutto a causa dell'Iran e delle tensioni interne registrate dopo le recenti proteste di piazza, inoltre resta in bilico anche l'accordo stretto due anni fa che aveva permesso la revoca delle sanzioni internazionali inflitte a Teheran (ad ottobre del 2017 il presidente Donald Trump aveva minacciato di cancellarlo). Eventuali blocchi della vendita del petrolio iraniano porterebbero le nazioni in carenza a chiedere altro petrolio ai membri dell’Opec proprio nel momento in cui l'organizzazione ha deciso il taglio della produzione.

Gli Usa e le sanzioni

Lo scorso novembre l'organizzazione dei paesi esportatori ha deciso di prorogare le misure di tagli sull'output a tutto il 2018 invece che limitarle al primo trimestre dell'anno. Va inoltre osservato che il presidente Trump si è detto disposto ad adottare nuove sanzioni contro Teheran anche in maniera unilaterale e cioè nonostante l’opposizione dei firmatari dell’accordo (Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito). Si aggiunga, a questo, anche l'ultimo punto, quello dei cosidetti “5 fragili” (Iran, Iraq, Libia, Nigeria e Venezuela) soggetti a crisi economiche interne, rivolte e guerra che potrebbero portare i rifornimenti di petrolio a flussi alterni. In particolare l'attenzione è posta su Iran e Venezuela con la seconda in perenne rischio default.