Il tanto temuto momento è arrivato: il Venezuela non riesce a onorare le consegne e l'export petrolifero, praticamente dimezzato, adesso è KO, tanto da spingere la società petrolifera di stato la Pdvsa a contattare i suoi clienti per chiedere eventuali deroghe nelle consegne ma anche a ritrattare le modalità delle stesse.

Le origini del caos

Il problema nasce il mese scorso quando ConocoPhillips è riuscita ad avere a titolo di risarcimento, il pignoramento di alcune strutture nella zona caraibica, il che ha portato non solo al taglio della produzione nazionale ma anche al concentrarsi delle petroliere di fronte alle coste della nazione. Risultato: traffico in tilt e impossibilità di smaltire le operazioni di carico e scarico; per questo motivo la stessa Pdvsa ha proposto come modalità di consegna quella effettuata in mare aperto che trasborderebbe il greggio da una nave all'altra. La questione però non è solo quantitativa ma anche e soprattutto qualitativa. Come è noto il Venezuela galleggia letteralmente su immense distese sotterranee di petrolio, un fattore che lo ha reso la più grande riserva al mondo di petrolio. Il suo, però, è un greggio particolarmente denso e pesante che se da un lato necessita di particolari lavorazioni (prezzi che adesso Caracas non può più permettersi di sostenere), dall'altro presenta caratteristiche perfette per alcuni usi specifici come l'asfalto; tutto questo rende il prodotto finito più costoso ma anche qualitativamente insostituibile. Numeri alla mano le proiezioni parlano di un taglio quotidiano di 500mila barili al giorno, ma già si parla per giugno di un export che non arriverebbe al massimo, a 700mila barili contro circa 1milione e 500mila prenotati. M sono ancora i numeri a rassicurare: quelli delle scorte Usa che vedono 15,8 milioni di barili totali. Il paradosso? Lo shail oil Usa, quello che sta letteralmente invadendo il mercato e che 4 anni fa fu all'origine della crisi dei prezzi, non è adatto per la maggior parte degli usi canonici.