L’esperienza di altri paesi dimostra che per il successo delle politiche attive per il lavoro le risorse finanziarie da sole non bastano. È invece cruciale il “governo” dei Cpi. In Italia potrebbe essere un organismo nazionale controllato dalle regioni.

L’esempio di Francia e Germania

È del tutto condivisibile il proposito del governo di impiegare risorse finanziarie per rafforzare i centri per l’impiego (Cpi). Una delle difficoltà cui possono andare incontro misure di contrasto alla povertà è creare la ben nota “trappola” e disincentivare l’offerta di lavoro. Di qui l’idea di legare il sussidio alla disponibilità a lavorare (principio di “condizionalità”) e mettere in grado i Cpi di raccogliere le informazioni sui posti vacanti esistenti presso le imprese e trasmetterli ai beneficiari dei sussidi perché le possano utilizzare. I Cpi dovrebbero poi verificare che i senza lavoro accettino le proposte “congrue” loro offerte e, in caso di rifiuto ripetuto, segnalarli all’Inps per la sospensione del sussidio. Ma basteranno i soldi per ottenerlo?

Le risorse sono certamente necessarie come dimostra il confronto con paesi, come Francia e Germania, che spendono almeno cinque volte più di noi per le politiche attive del lavoro. Ma proprio l’esperienza degli altri paesi dimostra come le risorse finanziarie da sole non bastano. La questione cruciale è quella della “governance” e in particolare del “governo” dei centri per l’impiego.

In Francia e in Germania, la “governance” è affidata a una agenzia nazionale statale che gestisce contemporaneamente la erogazione dei sussidi e la gestione dei servizi di politica attiva. E ciò avviene con l’articolazione in uffici operanti sul territorio (corrispondenti ai nostri Cpi) che dipendono gerarchicamente dal vertice nazionale.