Così com’è disegnato, l’Isee non è adeguato a identificare chi è povero. E ciò ha inevitabili conseguenze sulla platea dei beneficiari del reddito di inclusione. La mappa delle famiglie in condizioni di disagio è più ampia delle previsioni del governo.

Chi accede al Rei

Il reddito di inclusione (Rei) ha l’obiettivo di contrastare la povertà mettendo in relazione sinergica e coordinata la dimensione sociale e quella del lavoro. Introduce criteri di accesso dei beneficiari basati sia sull’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) sia sulla stima del reddito disponibile. Secondo il legislatore, il dosaggio del beneficio dovrebbe favorire la ricerca attiva del lavoro e consentire di uscire dalla trappola della povertà in modo permanente anche grazie a progetti personalizzati di inclusione sociale e lavorativa gestiti dai servizi sociali nei propri ambiti territoriali. Ma la misura unica di contrasto alla povertà riuscirà davvero a identificare correttamente le persone più vulnerabili?

Possono accedere al Rei i nuclei familiari che abbiano congiuntamente un valore Isee non superiore a 6mila euro, indicatore della situazione reddituale equivalente (Isre) non superiore a 3mila euro di reddito disponibile, valore del patrimonio immobiliare, esclusa la casa di abitazione, non superiore ai 20mila euro e un patrimonio mobiliare non superiore a 10mila euro. L’accesso al Rei dipende anche dalla presenza nel nucleo di un minore o di un disabile, o di una donna in gravidanza o di almeno un disoccupato con età superiore ai 55 anni.