Lo spread non è nato con l’euro. Esiste da quando esiste un mercato per il denaro che gli stati prendono a prestito per finanziare il loro fabbisogno. Senza moneta unica, il prezzo sui titoli italiani rifletterebbe il rischio di default e quello di cambio.

Lo spread prima dell’euro

Lo spread, termine inglese che indica il differenziale di rendimento tra i titoli emessi da due stati sovrani, non è una invenzione tedesca e non è nato con l’euro. Esiste da quando esiste un mercato per il denaro che gli stati sovrani prendono a prestito per finanziare il loro fabbisogno. È un indicatore importante perché ci informa sulle aspettative degli operatori che comprano e vendono titoli di stato sui mercati. Per uno stato sovrano come la Repubblica Italiana, che ha un debito di 2.300 miliardi e ogni anno chiede al mercato di finanziare nuove emissioni per circa 400 miliardi, è cruciale convincere chi deve prestare i propri risparmi della possibilità di riaverli.

La figura 1 racconta la storia dello spread nominale tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi (considerando quelli con scadenza decennale) a partire dall’inizio del 1991 (subito dopo la riunificazione tedesca dell’ottobre 1990).

Si distinguono tre grandi periodi. Il primo si chiude nel 1999, anno di creazione dell’euro (la valuta nasce ufficialmente nel gennaio 1999, tre anni prima dell’inizio della sua circolazione, nel gennaio 2002). Ciascun paese ha ancora la sua moneta ed è in vigore un sistema di cambi quasi-fissi. In questo periodo lo spread riflette sia il rischio di cambio, sia il rischio di default dell’emittente. Al Sistema monetario europeo (Sme) partecipa anche il Regno Unito e c’è già una moneta “sintetica” europea, l’Ecu.