L'ondata di vendite che ha colpito il mercato azionario nell'ultima settimana alimenta tra gli investitori la paura di una correzione più ampia in arrivo, ma per gli analisti di Goldman Sachs i fondamentali societari consentono di restare ottimisti sulle prospettive degli indici nei prossimi 11 mesi.

La nuova nota di Goldman

In una nota ai clienti a commento del selloff che si è abbattuto sui listimi americani con l'inizio di febbraio, innescato da una ripresa dell'inflazione Usa più rapida del previsto e da una Fed più aggressiva sul fronte dei tassi di interesse, la banca americana segnala che, dal 1950, nei casi (dodici) in cui ha guadagnato più del 5% a gennaio, solo una volta lo S&P 500 non ha poi continuato a salire nei successivi 11 mesi: nel 1987, l'anno del Black Monday. 

Proprio ricordando quella data, gli investitori che monitorano la volatilità hanno subito tracciato delle analogie con quanto accaduto 31 anni fa, quando un avanzamento del 13% nel primo mese dell'anno, prolungatosi poi ancora del 20% fino ad agosto, fu seguito dal famoso crollo dell'ottobre 1987, con l'indice S&P 500 che arretrò del 20% per terminare l'anno con un saldo positivo di appena il 2%.

Dinamiche che vengono ora chiamate in causa in relazione a quanto accaduto nelle sedute di questi ultimi giorni: dopo un gennaio da record che aveva regalato allo S&P 500 il miglior avanzamento mensile dal marzo 2016 (+6%) le borse americane hanno bruciato in sole due sedute i guadagni messi a segno di inizio anno, alimentando i timori di una correzione più pronunciata (calo di oltre il 10%) o peggio ancora dell'avvio di una fase di "mercato orso".