Perché un bene come l'oro, tradizionalmente associato alla protezione dal rischio, non riesce ad attrarre investimenti a dispetto delle forti tensioni internazionali innescate dalle politiche protezionistiche dell'amministrazione USA?

L'oro scende a dispetto (o a causa) della guerra commerciale

La domanda circola da settimane nei commenti di economisti ed analisti di mercato, alle prese con la difficoltà di chiarire perché un asset "rifugio" sia in declino -  si è passati dai 1.306 dollari l’oncia di fine dicembre 2017 ai circa 1.250 delle quotazioni correnti - nonostante il braccio di ferro sui dazi tra Stati Uniti e Cina stia assumendo sempre di più le dimensioni di una guerra commerciale a tutto campo, che metterebbe sotto forte pressione i mercati finanziari e avrebbe effetti difficilmente prevedibili per la tenuta della crescita economica globale. 

Qualcosa è cambiato

Qualche giorno fa, il Wall Street Journal ha ricordato che nel mese di giugno sono defluiti dai 5 principali ETF legati all'oro 2,1 miliardi di dollari (dati FactSet), leggendo il dato come la conferma di una tesi che circola già da tempo nelle note di diverse case d'affari: in qualche misura, l'oro ha da tempo perso nella percezione degli investitori la sua storica capacità di drenare risorse nei momenti difficili.

Non c'è più l'oro di una volta

Diversi analisti, ricordava il quotidiano finanziario, hanno ad esempio fatto notare che recenti crisi internazionali come l'annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 o il disastro siriano hanno scarsamente impattato sull'oro, mentre altre fasi di tensione (nucleare nordcoreano, voto Brexit) hanno fornito spinte solo passeggere alle quotazioni: sarebbero lontani, insomma, i tempi in cui il prezioso balzava del 60% in reazione all'invasione dell'Afghanistan da parte del defunto impero sovietico (1980), oppure metteva a frutto le paure degli investitori colpiti dall'ultima grande recessione globale realizzando una scalata del 150% tra l'ottobre del 2008 e il settembre del 2011.