Prima raccomandazione, più flessibilità, quindi magari abrogazione dell’età pensionabile obbligatoria, cioè non costringere le persone ad andare in pensione se vogliono continuare a lavorare. Secondo, incorporazione all’interno del sistema previdenziale di quelli che sono i diversi livelli di reddito, mi riferisco in particolare ai redditi più bassi, magari a quelle persone che hanno cominciato a lavorare molto presto, che fanno lavori usuranti; per queste persone il diritto alla pensione non dovrebbe maturare in funzione dell’età, ma dei contributi versati.

Terzo suggerimento, l’incentivo al risparmio, molto importante, che si collega a uno sviluppo forte della previdenza complementare. Quarto punto, avere dei comparti, sia nella previdenza di primo pilastro che di secondo, che possano accompagnare il lavoratore durante il suo ciclo lavorativo, onde evitare che un lavoratore magari di età avanzata si trovi all’interno della propria linea d’investimento pensionistica molto rischio, quindi poco compatibile con la sua situazione anagrafica.

Baselli: Ecco, prendiamo il caso italiano. Dagli anni ’90 in poi, nel nostro paese si sono susseguite numerose riforme previdenziali, ultima la riforma Fornero. Come giudicate la situazione italiana, anche alla luce dei parametri presi in considerazione nel vostro studio? E quali sono eventualmente i punti da cambiare?

Verdecanna: L’Italia si trova in una situazione particolare, perché ha delle dinamiche simili a quelle di altri paesi, ma più intense e quindi più pericolose. La prima è l’allungamento della vita e una popolazione che invecchia, la seconda è un accesso al mercato del lavoro tardivo, terzo è che non c’è crescita della popolazione; nel 2015 la popolazione italiana è diminuita dello 0,1%. Quindi, tutta una serie di dinamiche che sono totalmente opposte a quelle che dovrebbero essere le dinamiche che governano una previdenza sostenibile.